Nelle
vene della mia scrittura scorrono e si diffondono sia l’aspirazione a un mondo più
giusto sia il bisogno di dare la mia voce a quelli che sono stati silenziati
durante moltissimo tempo: le donne, le minoranze, i perseguitati. Considero che la poesia è anzitutto una forma
di resistenza di fronte agli impeti della realtà. Il grande poeta argentino Juan Gelman
ha detto che “La poesia è la resistenza
di fronte a un mondo che diventa sempre più crudele, sempre più terribile,
disumanizzante”. La parola poetica
pertanto, va configurata come un posto che mette in evidenza la realtà ma, allo
stesso tempo è anche un facilitatore affinché quella realtà sia trasformata e
si salvi.
È uno strumento colettivo di costruzione di belleza e di verità, che corregge non
solo lo scenario politico e sociale nel quale è stata concepita ma anche quelli
che la concepiscono e l’adottano come propria.
“Una buona poesia aiuta a cambiare
la forma e il significato dell’universo, aiuta ad espandere non soltanto la
nostra autoconoscenza ma pure quella del mondo che ci circonda”, diceva Dylan Thomas, ed io aderisco pienamente
a queste parole.
La
poesia, sovrana assoluta della libertà, scappa dal mondo commerciale che
risponde ai canoni del capitalismo imperante, ma sebbene non riesca a fare
delle grandi vendite, ha moltissimo più peso di quanto pare e perfora la pietra
dell’indifferenza con un’indistruttibile volontà. La parola poetica è la grande
roccaforte della memoria, quindi dell’identità. Siamo quello che ricordiamo e
di conseguenza, ricordare è essere. La poesia come forma di resistenza
dell’umano ci aiuta a ricordare, perciò
ad essere. Inoltre, essa è un potente
strumento di denuncia. Scrivere una
poesia o leggerla sono atti politici di grande peso. Scrittori e lettori puntano sul miracolo
della creazione invece di cedere alla destruzione e allo scoraggiamento. Colui
che si dà alla poesia esalta l’esistenza di voci diverse dalla propria e va in
cerca di una comunione con se stesso e con gli altri.
2.
L’oscurità che posso vedere e che scarico nella mia scrittura è duplice. Da una
parte, l’oscurita del mondo, collegata direttamente alla giustizia. È la stessa oscurità della quale parla Johnny Cash in “Man in black”: quella che ci copre per la nostra condizione umana e
ci rimanda ai poveri, ai bastonati, agli affamati, ai malati, Fino a quando la realtà del mondo non cambi,
sarà difficile per qualsiasi artista impegnato con essa di poter vestire un
abito a colori. D’altra parte vedo anche
un’oscurità interiore, intima. Questa riguarda la mia storia, con le perdite
dalle quali è stata attraversata e mi hanno spesso portata a flirtare con la
morte dalla mia poetica.
3.
Sono vari i poeti che ammiro profondamente e che mi fanno sentire lo stesso che
Bob Dylan provava di fronte a Budy Holly. In primo luogo i poeti che si sono
confrontati, dalla parola ed altri anche da un posto più rischioso, con un
sistema politico e sociale in disaccordo con le loro convinzioni e i loro
valori. Innanzitutto menzionerei Miguel Hernández. Anche altri
connazionali miei, la cui opera, secondo l’affermazione del Premio Nobel per la
Letteratura Joseph Brodsky, “un acceleratore della coscienza, del
pensiero, della comprensione dell’universo”: Roberto Santoro, Francisco “Paco”Urondo, Juan Gelman. In secondo luogo, tre poetesse che hanno
profondamente segnato la mia scrittura: Alejandra
Pizarnik, Sylvia Plath e Anne Sexton.
4.
Credo che i poeti che concordano con l’identikit che Seamus Heaney ha fatto su Eminen
sono alcuni che ho già nominato sopra: Santoro,
Urondo, Gelman. Loro hanno iniettato un alto voltaggio di coscenza sociale
e poetica nella loro generazione. Dal
mio punto di vista anche i poeti della generazione beat: Allen Ginsberg, Jack Kerouac,
Gregory Corso, tra altri, si
inseriscono in questo ritratto. Ci sono pure alcune donne che rappresentano
molto bene quel movimiento e sono state ingiustamente rese invisibili, come Elise Cowen o l’immensa Marge Piercy.
5.
AUTORITRATTO III
È
quasi sempre triste,
tranne
quando ascolta i Beatles
o
accarezza i gatti.
Oppure
quando è venerdì
e
si prende uno champagnetto a buon mercato,
e
pensa “Grazie a Dio e venerdì”,
come
se la vita fosse un film disco
(perché
non le piacciono né i sabati
né
le domeniche,
né
i lunedì,
ma
i venerdì hanno ancora per lei un certo fascino,
una
certa aria di genuina promessa).
È
tirchia, quasi sempre,
generosa,
a volte,
troppo
orgogliosa come per rompere le foto che non le rendono giustizia,
troppo
orgogliosa come per riscrivere le sue poesie.
Non
ha mai visitato l’Europa,
né imparato a ballare,
né
usato un abito da sera.
Non
si è mai fatta bionda.
Ma
è così anacronistica, così patriarcale,
così
scema,
che
sogna ancora con i castelli e i valzers,
e
una criniera come quella di Rapunzel distesa
sul
cuscino del Principe Felice.
Avrebbe
desiderato di non nascere,
non crescere,
non dover morire.
Avrebbe
desiderato un dono più pratico
di
quello di scarabocchiare il dolore
e
mettere un sonaglio alla parola.
È
quasi sempre triste
ma
sorride
come
se non le stringessero le scarpe della routine,
come
se l’amore non fosse un vestito scomodo
che
le tira lo scalfo,
come
se il suo taglio di capelli fosse ancora di moda.
È
ingrassata,
è
diventata vecchia,
ha
paura.
È
quasi sempre triste.
Ha
dei bellissimi occhi.
Credo
che la poesia “Autoritratto III” mi rappresenta perché è un onesto dipinto
della mia persona, uno sguardo abbastanza crudo dove io accetto le mie
limitazioni come essere umano e come artista e anche evidenzia quell’intima e
personale oscurità della quale ho gia parlato prima. Considero che l’onestà, lo
spogliarsi degli inutili fronzoli tanto del verso quanto della visione che si
ha sul mondo e su se stesso sono dei requisiti indispensabili per scrivere
poesia (o al meno tentare di farlo).
CINCO PREGUNTAS A LOS POETAS / ENTREVISTA: ROSSELLA PRETTO
1.
En uno de los motetes para su musa girasol, Clizia, Eugenio Montale habla de “señal o signo” que “se ramifica” y lo describe con estas palabras: “sangre tuya en mis venas”. ¿Qué o quién se ramifica en ti llegando a fluir en las venas de tu escritura?
2.
En una de las canciones más célebres interpretadas por Johnny Cash, El hombre de negro dice que ve una oscuridad (“I see a darkness”). ¿Qué oscuridad pudiste ver y cómo has escrito de ella?
3.
En la disertación tenida en ocasión del otorgamiento del Premio Nobel de literatura, Bob Dylan, recordando su primer punto de referencia artística, el amigo Buddy Holly, dice parecía haber en Buddy algo de permanente (“something about him seemed permanent”) y que lograba transmitir algo que le hacía tener escalofríos (“he transmitted something” ... “and it gave me the chills”) . ¿Hay algún poeta que te hace sentir así cuando lo lees y por qué?
4.
Otro Premio Nobel de literatura, Seamus Heaney, dijo que Eminen ha creado un sentido de lo que es posible inyectando un voltaje en su generación (“he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation”) no sólo con su comportamiento subversivo sino también a través de su energía verbal (“He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy”) ¿Hubo /hay un poeta que para ti concuerda con este identikit?
5.